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1 Luglio 2026

Data center, i nuovi grandi consumatori: autorizzarli, connetterli e alimentarli con energia affidabile e sostenibile

Per decenni, il primato del consumo energetico industriale è appartenuto alla siderurgia, alla chimica di base e alla produzione di cemento. Oggi quel primato si contende con un settore che non produce acciaio né calcestruzzo, ma che costituisce l'infrastruttura portante dell'economia digitale: i data center. Un grande impianto di elaborazione dati può assorbire tra 50 e 500 megawatt di potenza installata — più di molte aziende manifatturiere di medie dimensioni messe insieme. E la crescita della domanda, trainata dall'intelligenza artificiale generativa, dal cloud computing e dall'espansione dei servizi digitali, non mostra segnali di rallentamento.

Per gli operatori del settore e per gli investitori che guardano all'Italia come territorio di insediamento, la questione energetica è oggi il nodo critico più complesso da risolvere: non soltanto in termini di costo, ma di autorizzazione, connessione alla rete e sostenibilità della fonte. Sbagliare la strategia energetica in fase di progettazione significa ritardi nell'operatività, costi fuori controllo e rischi reputazionali difficili da gestire.

Il peso energetico dei data center: dimensioni del fenomeno

L'Agenzia Internazionale dell'Energia stima che i data center abbiano assorbito nel 2023 circa 460 TWh a livello globale, pari a circa il 2% del consumo elettrico mondiale. In Italia, il mercato dei data center è cresciuto a ritmo sostenuto: secondo le stime di settore, la capacità installata dovrebbe più che raddoppiare entro il 2028, con nuovi insediamenti concentrati nell'area metropolitana di Milano, nel corridoio Roma-Fiumicino e — per effetto delle politiche di sviluppo delle Zone Economiche Speciali — in alcune aree del Mezzogiorno.

L'indicatore sintetico che misura l'efficienza energetica di un data center è il PUE — Power Usage Effectiveness: il rapporto tra l'energia totale consumata dall'impianto e quella effettivamente utilizzata dai server. I data center di ultima generazione raggiungono PUE prossimi a 1,2-1,3; quelli obsoleti superano spesso 1,8-2,0, con una quota rilevante di energia dissipata in raffreddamento e distribuzione. La transizione verso architetture più efficienti è in corso, ma il dato complessivo rimane: un data center da 100 MW assorbe in un anno circa 876.000 MWh — più del consumo annuo di una città di 200.000 abitanti.

Autorizzare un data center in Italia: il quadro normativo

Sul piano urbanistico e autorizzativo, i data center sono classificati come insediamenti produttivi a elevato consumo di risorse, con impatti rilevanti in termini di connessione infrastrutturale, gestione delle acque e carico sulla rete elettrica. Il percorso autorizzativo varia significativamente in funzione della dimensione dell'impianto e della sua localizzazione.

Per i grandi impianti — convenzionalmente oltre i 10 MW di potenza impegnata — il procedimento principale è quello del provvedimento autorizzatorio unico regionale (PAUR) ai sensi del D.Lgs. 152/2006, che comprende la Valutazione di Impatto Ambientale e coordina i pareri delle amministrazioni competenti in Conferenza di Servizi. Per impianti di dimensioni inferiori, o per insediamenti in zone industriali già dotate di infrastrutture adeguate, il procedimento può transitare attraverso lo Sportello Unico per le Attività Produttive con tempi più contenuti.

Un nodo autorizzativo specifico riguarda la classificazione acustica e termica: i sistemi di raffreddamento dei data center — gruppi frigoriferi, torri evaporative, unità di trattamento aria — generano emissioni sonore e termiche che richiedono una valutazione di impatto dedicata, spesso sottovalutata nelle fasi preliminari del progetto. Analogamente, il consumo idrico dei sistemi di raffreddamento ad acqua richiede in molti casi una concessione di derivazione e una valutazione della disponibilità della risorsa idrica locale.

Connessione alla rete: il collo di bottiglia infrastrutturale

La questione più critica — e quella che genera i ritardi più lunghi — è la connessione alla rete elettrica. Un data center da 50-100 MW non può essere alimentato dalla rete di distribuzione in bassa o media tensione: richiede un punto di prelievo in alta tensione (132-220 kV), con realizzazione di una nuova cabina primaria dedicata o ampliamento di una esistente, e un raccordo alla rete di trasmissione nazionale gestita da Terna.

La procedura di connessione in alta tensione segue le regole del Codice di Rete di Terna e prevede una fase di studio preliminare di fattibilità, seguita dalla proposta di connessione con indicazione dei costi a carico del richiedente, e infine dall'esecuzione delle opere di rete. I tempi complessivi — tra la richiesta di connessione e l'effettiva disponibilità del punto di prelievo — si collocano oggi tra i 36 e i 60 mesi per le connessioni in alta tensione che richiedono interventi significativi sulla rete esistente.

Questo dato ha implicazioni dirette sulla pianificazione degli investimenti: chi intende insediare un data center in Italia deve avviare il processo di connessione con anticipo di tre-cinque anni rispetto alla data di operatività prevista, o identificare localizzazioni in cui esistono già capacità di rete disponibili — una variabile che deve entrare nei criteri di selezione del sito fin dalle prime fasi di valutazione.

Il Piano di Sviluppo della Rete di Terna prevede investimenti significativi per il potenziamento della trasmissione nelle aree di maggiore densità di domanda, ma i tempi di realizzazione delle grandi infrastrutture di rete rimangono lunghi. Per gli operatori che necessitano di tempi più rapidi, la soluzione alternativa è la cogenerazione on-site — con gruppi elettrogeni a gas o, in prospettiva, con sistemi a idrogeno — ma questa soluzione presenta complessità autorizzative proprie e impatti ambientali che richiedono attenta valutazione.

Energia rinnovabile per i data center: PPA, fotovoltaico e storage

Sul fronte della sostenibilità energetica, i grandi operatori internazionali di data center operano da anni con impegni di approvvigionamento di energia 100% rinnovabile, certificata attraverso Garanzie di Origine (GO) o strutturata tramite Power Purchase Agreement (PPA) di lungo periodo.

Il PPA — contratto bilaterale tra produttore di energia rinnovabile e grande consumatore — è lo strumento più diffuso per garantire la certezza del prezzo e la tracciabilità della fonte. Un operatore di data center può sottoscrivere un PPA di durata decennale con un produttore fotovoltaico o eolico, fissando un prezzo strike che lo protegge dalla volatilità del mercato elettrico e che al tempo stesso consente al produttore di accedere al finanziamento bancario per la realizzazione dell'impianto. Il mercato italiano dei PPA è in crescita, anche se ancora meno sviluppato rispetto a quello dei paesi dell'Europa settentrionale.

Per i data center con disponibilità di superfici proprie o di aree nelle vicinanze, la produzione fotovoltaica diretta — con impianti su copertura, su pensiline nel piazzale o su terreni adiacenti — rappresenta una componente significativa della strategia energetica. Un impianto fotovoltaico da 10 MWp installato su una superficie di circa 10-12 ettari produce indicativamente 12-14 GWh/anno al centro-nord Italia: una quota rilevante del fabbisogno nelle ore diurne, da integrare con storage elettrochimico per estendere la copertura alle fasce serali e notturne e per gestire i picchi di assorbimento.

L'integrazione tra fotovoltaico e sistemi di accumulo di grossa taglia (BESS — Battery Energy Storage System) è oggi una soluzione matura per le utenze industriali ad alto consumo. I sistemi BESS consentono di livellare il profilo di prelievo dalla rete, ridurre la potenza impegnata contrattuale — con effetti diretti sulla componente fissa della bolletta — e garantire continuità di alimentazione in caso di interruzioni di rete, in affiancamento ai gruppi di continuità UPS già presenti nell'architettura elettrica del data center.

Sostenibilità oltre l'energia: raffreddamento, acqua e circolarità

La decarbonizzazione di un data center non si esaurisce nel tema della fonte energetica. Il raffreddamento rappresenta la seconda voce di consumo per rilevanza, e le soluzioni adottate hanno implicazioni ambientali significative. I sistemi di raffreddamento a liquido diretto — direct liquid cooling e immersion cooling — riducono il PUE dell'impianto e abbattono il consumo idrico rispetto alle torri evaporative tradizionali. Alcuni operatori stanno esplorando il recupero del calore residuo dei server per alimentare reti di teleriscaldamento urbano o processi industriali contigui: una soluzione che trasforma un costo ambientale in una risorsa, migliorando sia l'efficienza complessiva del sito sia il profilo ESG dell'operatore.

Sul fronte normativo europeo, il regolamento delegato della Commissione sull'efficienza energetica dei data center — in attuazione della Direttiva EED — prevede obblighi progressivi di rendicontazione e requisiti minimi di PUE per i nuovi impianti sopra la soglia di 500 kW. Le imprese che insediano data center in Italia devono quindi pianificare fin da subito la conformità a standard che diventeranno vincolanti nel corso del ciclo di vita dell'impianto.

Il ruolo del fotovoltaico industriale nella strategia energetica dei data center

Per gli operatori che stanno valutando l'insediamento in Italia o l'espansione di capacità esistente, la componente fotovoltaica — su copertura, su pensiline o in configurazione utility-scale nelle aree adiacenti al sito — è oggi parte integrante di qualsiasi piano energetico credibile. Non soltanto per ragioni di sostenibilità, ma per la capacità di ridurre il costo marginale dell'energia autoprodotta a valori significativamente inferiori al prezzo di mercato, su un orizzonte temporale coerente con la vita utile dell'impianto.

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